lunedì 20 dicembre 2010

Diventare papà

Sara è una bella bimba di quasi tre anni. Vedendo la sua foto in bianco e nero, in bella mostra nella cornice scura, capisco che dev’essere una bella birba. Le brillano gli occhietti. Vive con la sua mamma, in un appartamento lì vicino.
Giulio è un quarantenne. Convive col suo compagno Dario in un grazioso ed accogliente appartamento al secondo piano di questa palazzina. Sono una bella coppia, gioviali e desiderosi di “mettersi a nudo” per aiutarci. Ci raccontano, per renderci partecipi, per darci uno spunto, per rassicurarci anche.
Paola è una ragazza che troviamo davvero bella. Anche di testa. Per ovvi motivi è dovuta a tornare a vivere dai suoi, ma grazie al cielo nessuno le ha toccato il suo turno e può continuare a godere della loro compagnia.
Tiziana, che nella sua famiglia è vista come quella saggia, convive con Rita in provincia di Milano. E’ grazie a loro che abbiamo potuto conoscere Dario e Giulio.
La foto di Sara è appesa nel soggiorno di Dario e Giulio. Perché Sara è la figlia di Giulio. E Paola è la sua co-mamma.
Tiziana sarà la mamma di Thomas. E Thomas sarà anche figlio mio.
Manca poco ormai. Davvero poco. L’avventura di co-parenting, iniziata ormai parecchi mesi or sono, sta per affrontare, dopo il concepimento, un’altra importantissima tappa: la nascita del cucciolo!
Sono molto emozionato. Finalmente sto per conoscere lo scricciolo che scalcia nella pancia di Tiziana. Finalmente sto per assistere alla venuta al mondo di quel piccolo fagotto che, da sempre, ho tanto desiderato. Finalmente sto per vedere il frutto di un percorso tutto sommato nemmeno tanto lungo e decisamente molto emozionante.
E’ buffo pensare di aver accantonato, anni fa, il mio desiderio di paternità “solo” perché omosessuale. Oggi mi fa specie questo pensiero, mi fa tenerezza, mi fa sorridere. E mi sorprendo ancor di più se penso alla meraviglia del “destino” che, quando avevo ormai cominciato ad abituarmi all’idea di una vita senza figli, all’improvviso interseca la nostra strada con quella di Tiziana e Rita.
Non è stata una scelta facile. Non lo è stata anche perché i rispettivi partner non contemplavano questo genere di sviluppo delle coppie. In soldoni, nonostante Pietro sapesse che avevo sempre desiderato diventare padre, tra di noi non era mai stata presa in considerazione l’eventualità che potesse accadere, non avevamo mai affrontato l’argomento in maniera approfondita e, tantomeno, ci eravamo mai interessati da un punto di vista “operativo”. Ed evidentemente i due anni trascorsi dal momento della richiesta al momento del concepimento non sono bastati per metabolizzare questo enorme cambiamento, facendoci partire tutti un po’ sul chi va là. Ciascuno di noi quattro aveva più di un buon motivo per rimanere ancorato alle proprie idee, alle proprie convinzioni e risultare così inamovibile rispetto alle proprie posizioni, rendendo i rapporti di quel tempo decisamente caldi e burrascosi. E’ chiaro che oggi non posso che ringraziare il mio compagno; non posso che essergli riconoscente per avermi lasciato la libertà di scegliere e per aver deciso di essere ancora qui, al mio fianco. Nonostante sia palese che non capirò mai fino in fondo il senso delle sue – legittime – perplessità, così come probabilmente lui non riuscirà mai a sentire quell’impulso che ha spinto me ad intraprendere un percorso così oggettivamente complicato e destabilizzante, il fatto che oggi stiamo parlando di passeggino, di cameretta per il bambino, di organizzazione dei week-end insieme, significa che forse i nove mesi della gravidanza di Tiziana ci sono serviti per ritrovare la nostra armonia e per costruire nuovi equilibri, cominciando a vivere insieme, ma insieme per davvero, questa straordinaria avventura.
Io in questo momento ho paura. Mille pensieri, mille emozioni, tutto molto altalenante. Difficile anche riuscire a dare un senso a ciò che provo. Un susseguirsi di montagne russe sia in testa che nella pancia. Sarò in grado? Sarò bravo? Come sarò? E con Tiziana? Andrà tutto bene? Ci troveremo? Ci capiremo? Come saremo? E il resto del mondo? Ci capirà? Ci ostacolerà o invece ci appoggerà? Tanta paura, si. Ma in realtà, se mi fermo un istante, mi rendo conto che in fondo non m’importa se in certi momenti il dubbio mi assale, se in alcuni attimi della giornata tremo come una foglia, se alle volte, pensando al piccolo in arrivo, mi sento spaesato, senza punti fissi, senza appigli, se mi rendo conto che avere un figlio nella nostra situazione non è come quando l’hanno avuto mia sorella e suo marito. Perché se avessi deciso di lasciar perdere, se avessi optato per non salire su questo treno, certo che oggi sarei meno inquieto, certamente non starei sulle spine e non avrei determinati dubbi sul domani. Ma che prezzo avrei dovuto pagare per stare “sereno”? Se avessi rifiutato, se avessi deciso che non era il caso di mettermi in ballo, oggi non sarei in procinto di diventare papà, avrei perso il privilegio di assistere alla gravidanza di Tiziana, mi sarei fatto mancare la possibilità di spendere delle mezze giornate cercando il nome da dargli, mi sarei negato l’ebbrezza di passare del tempo crogiolandomi nell’immaginare le mie, le nostre, giornate da spendere assieme a lui. Davvero preferisco mille volte quel farmi mancare il respiro ogni tanto, quel sentirmi immerso in quel senso di vuoto dettato dal non sapere ancora cosa succederà domani, pur di averne ricevuto in cambio il sorriso e la contentezza di Tiziana nel constatare di essere rimasta incinta; pur di ricevere in cambio un bello svenimento nel momento in cui probabilmente entrerò in sala parto e lo vedrò sbucare, tremante, indifeso; pur di ricevere in cambio la possibilità di poterlo carezzare, di poterlo vedere finalmente in faccia, di poterlo tenere tra le braccia e di potergli sussurrare quanto l’ho desiderato, quanto l’ho aspettato.

venerdì 26 novembre 2010

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E' proprio vero che alle volte, nella vita, il detto "anno nuovo, vita nuova", ha un sapore del tutto particolare...

domenica 20 aprile 2008

Emersione...

Son passati… quanti?… 3 mesi, ormai? Eh si, più o meno mi pare di si.

Ogni tanto ci siamo chiesti che fine aveva fatto il nostro blog. E’ andata così, ci scusiamo sentitamente con quei lettori che ogni tanto bazzicavano da queste parti, ma siamo rimasti sopraffatti dagli eventi degli ultimi tempi. E’ che il cambiamento, e lo stiamo vivendo sulla nostra pelle, porta evidentemente sempre altri cambiamenti.

Ed io che scioccamente ho pensato che cambiare lavoro avrebbe significato semplicemente cambiare lavoro, mi sono ritrovato in una realtà un po’ diversa… Cambiare lavoro ha quindi significato dovermi rifare un giro di colleghi e di buone e consolidate abitudini. E vi assicuro che per uno con un carattere di merda come il mio non è cosa facile. Cambiare lavoro ha significato anche ritrovarmi di punto in bianco con nuovi orari; diversi orari di lavoro, diversi orari di uscita e di rientro a casa, ovvero più tempo libero che paradossalmente un po’ mi toglie il fiato poiché non abituato ad averne.

Ma cambiare lavoro ha significato principalmente, ed è la cosa più bella che mi potesse capitare da questo giro di roulette, da questa scelta anche un po’ avventata, un po’ poco spulciata e messa in discussione, lo spostare nuovamente l’attenzione sulla mia coppia. Ed ecco che riemerso dal mio piccolo mondo fatto di frustrazione, di disagio e di malessere, disintegrata la soffocante campana di vetro sotto cui – per svariate ragioni – avevo deciso di traslocare, ho riaperto gli occhi e mi sono accorto di avere ancora accanto il mio dolce patato. Tornare dal lavoro in orari umani e senza la scimmia che ti strina le orecchie significa godersi un sacco di cose che non ricordavo più. Un cinema ogni tanto, qualche serata passata a cucinare tortillas o fajitas e gustate davanti ad un dvd, qualche amico perso di vista; e progetti per noi due e chiacchiere e risate e occhi che, dopo tanto tempo, si sorridono, nuovamente, reciprocamente.



lunedì 28 gennaio 2008

Ehm...

Cavoli... In attesa di postare cose nuove ho riesumato un pezzo del viaggio a New York ma anziché finire come ultimo post pubblicato, si è mischiato a quelli già pubblicati.
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Come dire... ci mancava anche solo il blog, a fare casino... azz!

mercoledì 16 gennaio 2008

E via!

Di cose da dire ne avrei. Ma devo ancora metabolizzare io stesso.
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Quindi scrivo solo queste due righe. E solo per ricordarmi che, da oggi 16 gennaio 2008, per andare in ufficio ci metto 3 minuti 3, e che la pausa pranzo me la passo comodamente stravaccato in casa!
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Fantastico!

giovedì 10 gennaio 2008

Cominciano le chicche dei saluti...

“Ma caspita, ho saputo. Caspita, mi dispiace. Comunque fai bene. Caspita, con la situazione congiunturale di adesso... se non lo fai tu... Che poi appunto, essendo tu giovane, anche se ti dovesse andar male puoi subito trovare di nuovo senza difficoltà...”
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“Eh beh... si, in effetti il viaggio pesa... Pensa che io per arrivare da Cernusco ci metto un’ora e venti. Ma solo se va tutto bene bene bene che tarello come una lippa e arrivo senza intoppi! No dico, un’ora e venti! Che se poi per sbaglio esco dopo dieci minuti capita pure che arrivo anche in un’ora e mezza!”

martedì 8 gennaio 2008

Ultimo

Tra 5 giorni lavorativi cambio lavoro. Finalmente è giunto anche questo momento. Domani sarà l’ultimo mercoledì che passo in questa azienda. Fa strano. Fa strano sentirmi pensare a questa parola. Ultimo. Più passano le ore e più la percepisco forte, concreta. Ultimo. Ultimo mercoledì, ultima volta che percorro questa strada, ultima volta che preparo questa riunione, ultima volta che elaboro questi dati. Ultima volta che vedo queste facce. Ultimo. Ho molte aspettative nei confronti di questo ultimo.

domenica 6 gennaio 2008

New York - Parte IV

Giusto perché non pensiate male, vi facciamo vedere che siamo ancora vivi postando questo ennesimo resoconto del nostro ultimo viaggio (poi però basta, ché se no vomitiamo tutti; al limite se volete vederne ancora potete tranquillamente acquistare il dvd!). Questo in attesa che si riesca a metter giù due righe per raccontare del terribile pasticcio in cui mi sono cacciato cambiando lavoro. Besos a todos. :-)
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La mattina del 4° giorno siamo in piedi presto per correre ad accaparrarci i biglietti per Liberty Island e alle 7,45 siamo davanti a Castle Clinton, ancora chiuso. Ovviamente i biglietti sono acquistabili anche on line, ma a noi piace soffrire. Tant’è che, oltre alla levataccia, all’uscita della metro ci attende un vento gelido che soffia più o meno a 120km/h e il botteghino non apre prima delle 8,30. Dopo 40 minuti passati a parlare con pinguini e turisti intirizziti, si spalancano i portoni, finalmente riusciamo ad acquistare i tanto agognati biglietti e scopriamo anche che:
- non si sale più fin sulla testa della statua. Cioè arrivi sull’isola, la giri come ti pare, entri nel basamento/museo, te ne vai. Fine del tour.
- il battello non parte prima delle 9, il che significa dover restare al gelo per un’altra mezz’ora abbondante.
Quanto meno il biglietto permette la visita sia di Liberty Island che di Ellis Island, la vicina isoletta dove venivano lasciati in quarantena gli emigranti che arrivavano per la prima volta sulle coste americane.
Riuscire ad arrivare dentro il basamento della Statua della Libertà sarà una delle avventure più faticose che ci troveremo a dover affrontare in questa vacanzina. Infatti prima di salire sul traghetto si è costretti a passare sotto il metaldetector e a gettare borse, giacconi e cinture sotto i raggi x. Operazione che va poi ripetuta prima di entrare nel basamento della statua. Le file prima dei due controlli sono lunghissime ed ovviamente il tempo che si “butta via” (per non vedere comunque un cazzo) è infinito ed estenuante.

A metà pomeriggio riusciamo a rimettere i piedi sull’isola di Manhattan. Decidiamo di attraversare ChinaTown, dove pranzeremo (che coraggio, chiamarlo pranzo!) e dove compreremo un paio di utilissimi e comodissimi cappellini di pelo con orecchie protettive, e di passare poi per Little Italy, dove conosceremo una genovese aspirante hostess con la pronuncia inglese più orrenda che si sia mai sentita.
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In questo filmato:
1) Battery Park (di nuovo)
2) I nostri piedi sanfrancescani fuori da Castle Clinton
3) Scoiattolo nel prato di Battery Park
4) Patato ghiacciato a Castle Clinton
5) Statua della Libertà da Battery Park
6-11) Statua della Libertà
12) Skyline dietro gabbiano ghiacciato
13) Ponte di Verrazzano
14-17) Skyline
18) Chrysler Building da Liberty Islan
19-22) A Ellis Island
23) Il Muro degli Immigrati
24-25) Little Italy
26) Chrysler Building by night
27) Flat Iron Building by night28) Il vapore dai tombini... è vero!

sabato 5 gennaio 2008

New York - Parte III

Della Big Apple, bellezze architettoniche e... paesaggistiche a parte, colpisce la devozione dei newyorkesi verso le cose italiane. E’ in desiderare e possedere tutto ciò che ha a che fare con l’Italia. Tutto ciò che realmente provenga dall’Italia, o che richiami in qualche modo l’Italia o, semplicemente, che faccia rima con Italia, va bene! E questo nonostante nell’immaginario collettivo persista l’idea dell’italiano = pizza, mandolino e mafia. In giro per New York quindi, vedrete e sentirete un sacco l’Italian Style. Vetrine piene zeppe di prodotti italian style.
Ci si rende subito conto che è sul cibo, che si tocca il massimo del ridicolo in questo loro voler perseguire e dare sfogo alla mania delle cose italiane. Passino certi olii extravergine dai colori improbabili o certe sbobbe in scatola spacciate per real italian soup. Sono cose che purtroppo pian piano prendono sempre più piede anche qua da noi. Ma il cucinare, l’atto di scegliere e mettere insieme gli ingredienti per realizzare un qualsiasi manicaretto degno di questo nome... Ci capita cioè, un pomeriggio in cui eravamo in stanza in attesa di uscire per la tappa programmata, di fare zapping selvaggio (i canali sono infiniti e ora che li hai girati tutti sono passate delle ore; vai veloce che tanto quel CSI Miami lì l’abbiamo già visto pure noi in Italia; gira pure che tanto non si capisce cosa dicono); col pollice indolenzito finiamo su questo canale, durante questa trasmissione.
Avete presente quei programmi italiani in cui il cuoco, che in realtà è chef, vi illustra con estrema eleganza gli ingredienti necessari per quella tal ricetta? Ecco, dimenticateli! Qui siamo di fronte ad una nuova generazione di cuochi, usciti da una scuola dura e severa e che insegna loro che la forma, il modo di presentare, deve essere assolutamente impeccabile.
Il video dura un po' (poco più di 9 minuti), ma è utile per poter notare certe sfumature, certe finezze. Decisamente un ottimo insegnamento, un modello da seguire, a cui ispirarci...
Ovviamente, perdonerete le risate in sottofondo...
(scommessa: riuscirà la famiglia PerSpa ad eguagliarla?)

giovedì 3 gennaio 2008

Di cose brutte e di cose belle

Le cose brutte delle feste:

Svegliarsi – svegliarsi... buttarsi giù dal letto, più che altro! – il 3 mattina per andare in ufficio ed accorgersi che la camicia tira dappertutto, e farsi venire il magone davanti ad una cintura che oramai si infila solo nell’ultimo buco, non sono cose che mettono propriamente di buon umore.

E riguardare i video girati in questi giorni ed accorgersi che, mentre i PerSpa sono realmente come li vedi, alti proprio così e con esattamente quella voce che si sente lì (ovvero quel grazioso e piacevole siculeneto o veneticulo che dir si voglia, tipico della loro coppia mista), il nostro timbro di voce non solo non è baritonale come credevamo, ma è acuto e addirittura scheccante all’ennesima potenza, e i nostri corpi, anziché slanciati e armoniosi da trentenni sani, appaiono piuttosto come quelli di Barney dei Flintstone (io per esempio sembro sempre senza collo e con la pancia che comincia da subito sotto il pomo d’Adamo!), ecco, tutti questi non sono aspetti che ti fanno rimpiangere i giorni di festa appena trascorsi.

Le cose belle delle feste:

Anche se ormai l’avrete già letto sia qui che qui, ma certamente anche qui, non possiamo certo esimerci dallo scriverlo pure noi. Ecco quindi che con gioia ringraziamo pubblicamente la squisita famiglia PerSpa (i due papi ma pure la figlioletta Topetta) per la disponibilità e la calorosità con cui ci hanno accolto nella loro deliziosa e coloratissima casetta. E nonostante ci si conosca da relativamente poco tempo. Grazie per averci fatto divertire con Pictionary, grazie per averci coccolato con il cibo e per averci permesso di aiutarvi con la cena di capodanno (alcuni video li trovate già sul loro sito). Grazie per la serata di capodanno, serata in cui abbiamo conosciuto Fireman & Compagno (conoscerli è stata davvero una gradevole scoperta); e grazie anche per averci portato al mare (che respirare un po’ di iodio fa sempre bene) e poi a Monte Mario, dove abbiamo incontrato l’amico Anellidifumo (al quale ci lega un’altrettanto recente ma sempre più profondo rapporto di amicizia) e il suo amico bologn-lussemburghese Daniele, che ci ha colpito per la sua sorridente e divertente pacatezza (e poi… ma quant’è colto?!).

Insomma, se non si fosse ancora capito, siamo stati divinamente bene. E il raffreddore che ci siamo buscati appena poggiati i piedi sul suolo milanese è l’evidente segnale che già ci mancate tutti!

Oscar & Tonino preparatevi, che i prossimi siete voi!

martedì 1 gennaio 2008

Capodanno 2008

Stiamo trascorrendo questi giorni ospiti della famiglia PerSpa.
E a reti unificate vi facciamo i nostri migliori auguri per il nuovo anno.



Ovviamente non poteva mancare il dietro le quinte di questo lunghissimo lavoro…

AUGURI!

venerdì 21 dicembre 2007

New York - Parte II

Il terzo giorno nella Big Apple prevede finalmente una visita mirata. Non si gira più alla cazzo ma, guide alla mano, si prevedono di fare cose, di vedere posti. La meta prefissata è Liberty Island (che non è un videogioco ma è l'isoletta con sopra la famosa statua...). Cioè finalmente potremo vedere il simbolo dell’America, la prima cosa che quei poveri emigranti vedevano dopo giorni e giorni e giorni di stenuante navigazione. Leggiamo che la partenza per l’isola si effettua al molo di Battery Park, di fronte all’"antichissimo" Castle Clinton (in America hanno un senso dell'antico che è tutto loro!). Usciamo dalla metro e un terribile vento gelido ci porta via anche le mutande. Con le dita dei piedi e le orecchie mozzate dal gelo stoicamente resistiamo in coda, ma solo finché ci scappa l’occhio su un cartello scritto a mano e affisso al vetro della biglietteria: “posti esauriti. non è più possibile visitare la statua della libertà. tickets solo per l’isola”. Sconfortati decidiamo che non è il caso di imbarcarci, dato che dal nostro punto di vista il non poter salire sulla statua è come non essere mai andati a New York. Un breve giretto per il parco tra scoiattoli grandi come marmotte e tacchini, e decidiamo di ripiegare per il Financial District, risalendo la Broadway fino all’albergo. Ovviamente solo dopo esserci soffermati per un momento davanti alla sfera del WTC, posizionata a Battery Park così com’è stata ritrovata dopo gli attacchi dell’11 settembre (e questa cosa si, che fa rabbrividire...). Foto davanti al toro simbolo della borsa di New York, Wall Street, Trinity Church, Ground Zero (che purtroppo, o per fortuna, è solo un immenso cantiere. Nessun faro notturno proiettato verso lo spazio, niente fiori, nessuna foto a ricordare quel giorno là. E fa pure un po’ impressione osservare i turisti che fanno i numeri pur di riuscire a scavalcare con lo sguardo e con le macchine fotografiche le barriere protettive del cantiere; per cercare cosa, poi? Per vedere cosa? Per avere un click come cimelio?).

Risalendo la Broadway decidiamo per l'ennesimo cambiamento di programma e deviamo verso il Ponte di Brooklyn, con visita all’omonimo quartiere. Diciamo che Manhattan vista dal ponte merita il viaggio. Specie se la giornata è tersa come quella che abbiamo trovato noi. Brooklyn poi è un paesino nella città. Un incanto. Vialoni puliti e ordinati ma anche graziosissime stradine residenziali dal sapore famigliare, tipiche di certi film (in generale, grazie al bombardamento da film e telefilm cui ci sottoponiamo costantemente, in qualunque posto ci siamo trovati ci siamo sempre sentiti in posti famigliari). Morale, Brooklyn è un percorso davvero delizioso e rilassante, da non perdersi assolutamente.

Ritorno in metro fino all’albergo; ormai è buio. Doccia, profumo e via al Top of the Rock, sopra il Rockfeller Center. Lì apprendiamo che, oltre dover pagare 19$ a cranio per salire (se non ricordo male) c'è pure il Cirque du Soleil in città con uno spettacolo natalizio. Ci brillano gli occhi...

Al Rockfeller Center, per la prima volta, entriamo realmente in contatto con la paura dei newyorkesi. Paura che già si percepisce e subodora in aeroporto, prima in Italia con i mille controlli, poi all’arrivo con le code e le procedure per il visto di ammissione. Per salire in cima al grattacielo bisogna passare un metal detector, svuotare le tasche e far passare giacche, le borse e i cellulari ai raggi x. Al Top of the Rock non è possibile utilizzare il treppiede (il che è una bella fregatura se ci sali di sera e vuoi fare qualche bella foto notturna!). Scopriremo in seguito che la faccenda del treppiede non è una mera questione commerciale (tu non lo puoi usare e se vuoi la foto ricordo te la facciamo noi) e che il "terrore del terrorismo" non è solo del Rockfeller Center...



In questo filmato:
1) Grattacielo a Battery Park
2) James Watson House
3-5) Battery Park
6) World War II Memorial
7) The Sphere, WTC
8-9) Financial District
10) Trinity Church
11) Cimitero di Trinity Church
12-13) Wall Street
14-15) A Ground Zero
16-17) Verso il Ponte di Brooklyn
18) Ponte di Brooklyn
19) L’ammòre mio
20) Me
21) Sempre il Ponte di Brooklyn
22) Manhattan dal Ponte
23-24) Ponte di Brooklyn alla nausea!
25-26) Brooklyn (ma stavolta il quartiere!)
27) Manhattan da Brooklyn
28) Statua della Libertà da Brooklyn (eccheccazzo!)
29-31) Dal Top of the Rock
32-34) Il famoso (!) albero del Rockfeller Center

35) E per concludere… Palle di Natale!


Con questo post ovviamente cogliamo l'occasione per augurare di cuore a voi tutti (quanti sarete... 4? 5?) uno splendido Natale ed un ottimo inizio d'anno, ché magari in questi giorni non riusciamo più a postare nulla. A presto!

mercoledì 19 dicembre 2007

Un consiglio, in attesa di scrivere ancora su New York...

Mai e poi mai, ma proprio mai, tenere un flacone di lubrificante al sapore di fragola nel cassettino del bagno. Specie se la mattina si è di fretta o particolarmente rincoglioniti.

mercoledì 12 dicembre 2007

New York - Parte I

Il volo diretto Malpensa – Newark ci porta comodamente alle porte di New York City in sole 8 ore. Il capitano di turno ci tiene ad informare noi passeggeri, come se mi avesse letto nel pensiero ed avesse scoperto la mia paura di volare, che il volo sarà tranquillo viste le eccezionali condizioni climatiche ad alta quota. Specifica inoltre che piccole, leggere, turbolenze, “assolutamente normali”, ci attenderanno al nord della Francia e sulle coste americane. C’è anche da dire che in business class viaggia il sig. Andrea Pezzi. E si sa, quando c’è un vip a bordo l’aereo non può certo precipitare.

L’arrivo su Newark piuttosto che su JFK ti concede quel giusto antipasto visivo ad alta quota sui grattacieli di Manhattan che non è per niente male. Ci sentiamo quindi di consigliare vivamente questo aeroporto al JFK, che sarà pure più importante per dimensioni e numero di collegamenti, ma che dal punto di vista della vista non è appagante (azz!). Se poi però spendete meno arrivando sul JFK fottetevene della vista ed atterrate pure lì.
(Amore, dici che capiranno che stiamo scrivendo queste cose a notte fonda?)

L’aeroporto ci fa già sentire spaesati. Ma questo ci capita con tutti gli aeroporti nuovi (ci è capitato persino con quello di Orio al Serio la prima volta che ci siamo entrati per prendere un volo Ryanair!). Io devo assolutamente fumare ma il non conoscere le loro leggi in materia mi paralizza e quindi evito.

Troviamo un banco informazioni. Dobbiamo capire come arrivare in città adesso. Col nostro fantastico inglese riusciamo, in quattro e quattro otto, a prenotare uno shuttle; l’autista, un nano portoricano dal pessimo inglese e dall’orribile spagnolo, che mastica cicca mentre parla contemporaneamente a due cellulari (e guidando!) ci fa fare sei o sette giri dell’aeroporto per raccattare mezzo mondo e infine, imbucando finalmente il tunnel Holland, ci fa entrare nella fantascientifica Manhattan.

A Manhattan, che colpisce di botto sono
Il traffico e i clacson
L’ombra anche a mezzogiorno
Le strade tutte a griglia tranne una

Dopo un trasferimento infinito, ed io in piena astinenza da fumo, riusciamo a mettere piede davanti all’albergo, il Mansfield Hotel. L’hotel, 12 piani in tutto, paragonato agli edifici circostanti pare una minipalazzina. La nostra stanza, all’11° piano, è piccina ma pulita e graziosa.

Dopo una doccia scendiamo per fare un breve giretto del circondario, scoprendo così di essere dietro Times Square. Il gelo è indescrivibile. Tira una bora che la metà basta! L’indomani, infatti, ci alzeremo che nevica. Ma non “nevica” nel senso candido e armonioso che conosciamo noi poveri provinciali italiani. No, no, nevica nel senso di “c’è una tormenta di neve”! Che però, per fortuna, dura poco. Ciò nonostante il gelo è sempre più gelato e girare con i quattro straccetti che ci siamo portati dall’Italia non è proprio possibile. Questo ci costringe ad uno shopping fuori programma (caspita, che disdetta!), facendoci visitare dei capisaldi storici della NYC da vestire: Macy’s e Bloomingdales.

In allegato il riassunto fotografico dei primi due giorni. Per cortesia, siate clementi che questo è il nostro primo esperimento e poi ci distruggete l'autostima...

In questo filmato:

1) Dallo shuttle dell'autista portoricano nano
2) Grattacielo Met Life (ex PanAm)
3–8) Times Square
9) Alcova
10) Alcova con Pietro (non è bellissimo?)
11) Alcova con Fabio e Pietro
12-18) Bryant Park
19-20) Nei pressi del Rockfeller Center

Prossimamente la continuazione, con nuove foto e alcune chicche dalla Big Apple.

martedì 11 dicembre 2007

Stato di famiglia

Stamattina sono passato in comune per richiedere il certificato di residenza e lo stato di famiglia. Due di tanti altri documenti necessari al nuovo datore di lavoro per potermi assumere.
Molto carina l’impiegata che mi ha chiesto di falsificare il motivo del rilascio dei certificati. “Se lo chiedi per il lavoro devo fartelo con la marca da bollo, 14 euro e rotti per uno più 14 euro e rotti per l’altro, cioè circa 30 euro per un paio di fogli così banali. No, no, falsifica pure il motivo per cui ti serve che tanto non lo controlla nessuno e risparmi... ‘Sti scemi, se facessero pagare un solo euro per qualsiasi certificato sarebbe decisamente meglio”.
Sereno per gli euro risparmiati, sono lì che mi dirigo verso il parcheggio dove avevo lasciato l’auto quando, quasi per sbaglio, mi casca l’occhio sul certificato relativo allo stato di famiglia. Cazzo! Ma lì c’è scritto che Pietro ed io siamo la stessa famiglia! Ecco… e adesso? Non è che quando lo consegnerò l’Inquisitore questo comincerà a farmi qualche domanda? Ché io non sono pronto, che io per queste cose devo trovare i miei tempi, i miei ritmi, il mio modo? Oddio, che ansia.

lunedì 10 dicembre 2007



Uff.
Noi siamo rientrati.
E di cose da raccontare e da far vedere ce ne sono un sacco. Perchè NYC è grande. Mooolto grande.
Ci piacerebbe però farlo per bene, con tutte le fotine e filmatini messi lì per benino. Abbiate quindi un po’ di pazienza, che prima o poi ce la faremo.

P.S.: la foto sopra non c'entra una mazza col nostro viaggio. L'ho solo trovata in rete e l'ho postata perchè mi son piaciuti i colori...

venerdì 30 novembre 2007

-1/3


Bene.
E con oggi noi vi si saluta per una decina di giorni.

Fate i bravi, mi raccomando.

A presto,
F & P

mercoledì 28 novembre 2007

Olivia e la palestra

Ero lì bello spaparanzato sul divano, schifato dai programmi televisivi in onda (l’Isola dei Famosi da una parte, Vacanze di Natale 95 – 95! – dall’altra) quando decido di girare su MTV e di ascoltarmi, quantomeno, un po’ di musica.
Mi imbatto così in un programma che si chiama So 80’s, contenitore di tutta una serie di canzoncine risalenti a quel fantastico periodo e che sfortunatamente – per ovvie questioni anagrafiche ma non solo! – non sono riuscito a vivermi totalmente.
Ad un bel momento mi passano il video di Physical, della Olivia Newton John e mi son detto:
1. Dev'essere uno scherzo per il fatto che poche ore prima mi sono iscritto in palestra.
2. Mica me lo ricordavo io, che finiva in quel modo lì. Troppo avanti, l’Olivia!

-2 e 1/2

Ieri sera sono passato in agenzia per completare le formalità burocratiche necessarie alla nostra partenza (ovvero fare e pagare l’assicurazione sanitaria, “indispensabile” per i viaggi negli USA).
Ed è stato proprio lì che ho realizzato che stiamo per partire. Partire. Cioè, due giorni e mezzo e saremo sul volo per NY.
Dopo tutti gli sbattimenti di questo periodo non ci avevo più pensato e adesso che stiamo per imbarcarci non mi pare vero...
Ogni volta che ci ritroviamo a partire per un viaggio ci ripromettiamo di tenere scritto un diario delle cose fatte, dei posti visti, delle emozioni provate.
Succede però che quando arriva sera, cioè dopo che abbiamo camminato per un’intera giornata e finalmente ci ritiriamo in stanza, quando sarebbe il momento giusto per buttar giù due righe, ci passa completamente la voglia.
Se per caso questa volta riusciremo nel nostro intento ve lo comunicheremo al rientriamo.

...Sempre che interessi a qualcuno, ovviamente...

venerdì 23 novembre 2007

Un punto di vista

Frequento E. da circa 10 anni. E. ha 68 anni.
Capita spesso che E. mi chieda di uscire con lui per “chiacchierarcela”. C’è intesa e parlare per ore ed ore diventa un bell’esercizio notturno.
Capita a volte però che E. all’ultimo minuto inviti altra gente ad unirsi alla serata “a due”, trasformandola in una normalissima, e comunque quasi sempre piacevole, cena di gruppo.
Ieri sera i fortunati estratti per la cena a due sono D., avvocatessa ultracinquantenne triste e sola nel suo universo di solo lavoro; predilige amicizie gaie perché “siamo più sensibili”, dice, ma è palese che si rifugia tra di noi per dare quella botta di trasgressività ad una esistenza altresì monotona e piatta, e I., 46enne rude, ma non ostile anzi, alla mano, con la battuta sempre pronta ed un cuore generoso, lo si percepisce subito, capace anche di zittirsi per ascoltare ed imparare.
I. passa gran parte della serata a raccontarci dei mille lavori che ha fatto, dal gestore di un ristorante al protettore di prostitute. Ascoltarlo parlare è dare adesso la botta di trasgressività alla mia, di vita, che improvvisamente mi appare piatta e monotona come quella di D.
I. è attualmente l’amante di E.
Perché a I. piace unicamente ed esclusivamente un particolare tipo di persona, uno dalle caratteristiche ben precise, bene definite: non deve avere meno di sessant’anni, deve avere la pelle flaccida e rugosa, le palpebre devono essere cascanti e gli occhi opachi, i capelli radi e possibilmente bianchi.
I. ha un pregio davvero raro: sa raccontare senza fronzoli, senza giochi di sponda. Sa essere diretto, senza appiccicare fastidiose quanto inutili sovrastrutture ai suoi dialoghi. E tutto questo, nonostante il piacere di ascoltare una persona così, spiazza, perchè non più abituati.
I. ad un certo punto dice che gli piacerebbe poter provare attrazione per uno “sbarbato” come me. Per poter vivere un aspetto dell’amore che, visti i suoi gusti, non ha mai potuto sperimentare: la progettualità di una coppia. A lui piace viaggiare, movendosi come capita. Gli piacciono le atmosfere torride dell’Africa e certi angoli sperduti della Cina. Ci va a piedi o sul dorso di un mulo, dormendo dove può. “Capite bene che non è roba per anziani, questa…”. Lui vorrebbe poter provare a condividere un tetto, un letto, un carrello della spesa. “Capite bene che non è roba per un anziano che da sempre ha vissuto in un certo modo…”.
Lui stesso però racconta degli stratagemmi che ha adottato nell’arco della sua esistenza per poter sfuggire tranquillamente a qualsiasi situazione che prevedesse come epilogo una coppia. “Mi manca il fiato… ho da sempre rifiutato il concetto del noi. Per me è sempre stato io e te, io e voi, io e loro. Mai –mai!– noi…”
A me viene spontaneo chiedere. “Scusa se te lo chiedo, ma questo tuo gusto particolare in fatto di uomini, è perché ti piacciono veramente-veramente gli uomini decrepiti, o è forse una fantastica scusa proprio per non mettersi mai in gioco e quindi non approdare alla fantomatica progettualità di coppia? E’ davvero un tuo gusto o è forse paura, e quindi fuga, e quindi scusa?”.
I. sorride: “ottima domanda…” Buffo, perchè a me la domanda sembrava idiota. E forse lo era anche ma, forse, I. aveva voglia di raccontarcelo comunque e ha solo preso la palla al balzo.
“ottima domanda, Fabio. Che dire… forse sono un po’ tutte e due le cose… Non saprei. Alle volte l'una e altre volte l'altra, chi lo sa. Però forse, più di tutto, è l’imprinting. Ogni essere umano riceve da piccolo un preciso imprinting, sul quale poi baserà l’intera propria esistenza. Ecco, si, nel mio caso direi che è proprio perché ho ricevuto quel tipo specifico di imprinting. Le cose che cerco in un uomo, le labbra inesistenti, le palpebre che coprono l’occhio, le mani rugose e macchiate, le chiappe flaccide, le palle molli e cascanti, sono tutte cose che cerco perché è così che è stato all’inizio, perché è in questo modo che io ho provato piacere le prime volte…”
A questo punto io non so più bene cosa pensare, non so se quello che ci sta dicendo è realmente quello che mi sembra di intuire, è veramente quello che credo di capire. “…scusa se ti interrompo, ma… stai forse dicendo che…” “Si. Sto dicendo proprio quello che hai capito. Quand’ero piccolo, quand’ero un ragazzetto, 12 o 13 anni credo, i miei per svariati motivi spesso dovevano andare via e ovviamente, non potendo portarmi con loro e non potendomi lasciare a casa da solo, mi portavano a casa del nonno, il papà di mia mamma. Prima ogni tanto, poi sempre più spesso, poi anche durante tutti i mesi delle vacanze. E il nonno era un pedofilo. Ed io mi ricordo perfettamente, come fosse stamattina, quelle sue mani chiazzate che menavano i nostri uccelli, quelle sue labbra sottili come fessure che mi baciavano con passione. E quella sensazione inebriante al passare le mie mani sulla sua testa calva, carezzando quei capelli bianchi e radi…”
“…perdona ancora l’interruzione I., ma sfugge qualcosa. Nel senso che mi pare tu ne stia parlando come di una cosa fantastica, come di un qualcosa che non ha eguali… come dire, non sento astio, non sento ira, nelle tue parole…”
“…ma certo che non provo ira, ci mancherebbe altro! E’ stata l’esperienza più appagante, più educativa, più godereccia dell’intera mia esistenza. Sarei deficiente se non fossi grato per le cose meravigliose che ho vissuto con lui, grazie a lui, per quelle sensazioni così intense che ha saputo regalarmi negli anni in cui l’ho potuto frequentare. Vedete, io non credo minimamente in tutti quei cazzo di mostri cui la televisione e i media in generale vogliono farci credere. Quella è la ricerca forsennata del capro espiatorio, quella è la caccia a streghe che in realtà non esistono se non nella testa malata e contorta di gente che non ha un cazzo da fare dalla mattina alla sera, che vede il demonio e il male in qualsiasi cosa la circondi. Al giorno d’oggi è impensabile che una persona matura possa prelevare dei bambini dall’asilo e portarseli dove gli pare senza che nessuno, no, dico, nessuno!, se ne accorga! Per dio, certo, poi le menti bacate esisteranno pure, certamente è possibile ipotizzare che ci sia gente che cerca i marmocchi per il puro gusto di fare del male, di torturare, ma come esistono i minchioni che spaccano la testa alle mogli, o madri che prese da chissà quale raptus uccidono i figli, o chissà quale altra bestialità ancora, ma questi non sono i pedofili. I pedofili è altra cosa, è altra pasta, è amore…”
Io sono grato ad I. per la schiettezza, la franchezza e la generosità d’animo. Ma io oggi non sono in grado di farmi un’idea sulle cose che ci ha raccontato ieri sera. Io non ho gli strumenti per farlo, nè sono sufficientemente informato. E onestamente non credo neppure di volermi informare. Perchè le cose che I. ha tirato fuori durante la cena, i racconti che ha condiviso con noi… tanto di cappello, ma è tanto, troppo, per il sottoscritto. E da un punto di vista più ampio, ovvero nel confronto tra le emozioni di cui ci ha voluto partecipi e quei pochi fatti di cui sono a conoscenza, beh, le cose stridono, e parecchio, per i miei gusti; tuttora le immagini si susseguono senza che io riesca a dar loro un senso preciso. Mi sento spaesato di fronte alla sua storia e, forse per codardia, forse per pigrizia, preferisco cercare di ricacciare il tutto. Di seppellirlo nella parte più remota della mia testa.